È una condizione acuta, molto grave con un quadro patognomonico non abbastanza noto, a volte riconosciuto solo dopo la morte.
Consiste in un’occlusione improvvisa di uno o più vasi arteriosi del circolo polmonare che non comporta mai però la necrosi del tessuto polmonare; l’unico effetto è che nella zona dell’occlusione non avvengono più scambi gassosi.

L’embolo che porta all’occlusione si stacca da un trombo che nella maggior parte dei casi è lontano dai polmoni ma si trova in qualche vena delle gambe; da qui sale attraverso la vena cava inferiore fino ad arrivare all’atrio e poi al ventricolo destro che lo porta direttamente ai polmoni, destro o sinistro in maniera casuale.
L’embolia polmonare va quasi sempre di pari passo con la trombosi venosa profonda e le due condizioni vengono dette insieme “malattia venosa tromboembolica”.
L’embolia polmonare è causata da una triade di fattori, detta triade di Virchow, costituita da danni endoteliali, stasi ematica ed ipercoagulabilità.

Foto tratta da Wikipedia.org

Abbiamo 3 tipologie di embolia polmonare:
la massiva: l’intero tronco comune oppure l’arteria polmonare destra o sinistra si sono occlusi. È una situazione pericolosissima e spesso il paziente muore;
la submassiva: si occlude circa il 30% del circolo polmonare e contemporaneamente si verifica una disfunzione del cuore destro;
la segmentaria: si occludono uno o più piccoli rami arteriosi polmonari. Non porta a morte.

La diagnosi si può effettuare solo ed esclusivamente se si conoscono i fattori di rischio, il che porta a sospettare la presenza di questa condizione; una volta sospettata si effettuano gli score clinici, come ad esempio lo score di Wells (Risultati: score > 6 = alta probabilità di embolia, 2 < score < 6 = moderata probabilità, score < 2 = bassa probabilità).
Se anche lo score è positivo si passa ai test diagnostici, come il D-dimero che è il dosaggio di alcuni prodotti della degradazione della fibrina e indica la presenza di un episodio trombotico. Ha un potere predittivo positivo basso perché il D-dimero aumenta anche in altre situazioni come la gravidanza, le infiammazioni, ma al contrario ha un potere predittivo negativo molto alto (se è basso non c’è embolia). Altri test che si effettuano sono l’ECG, l’emogasanalisi arteriosa, l’RX del torace. Questi test diagnostici da soli non hanno alcun valore, ma vanno sempre associati. Un altro test, che invece può dare molte informazioni fondamentali è l’ecocardiogramma: se il trombo è nell’arteria polmonare si vede direttamente con questo test; inoltre è in grado di dimostrare una dilatazione acuta del cuore destro.
Il test che, però, permette di fare diagnosi certa di embolia polmonare è l’angioTAC che permette di vedere la presenza di grandi trombi e soprattutto la presenza di embolie prossimali.
Le embolie polmonari più piccole invece possono essere viste con la scintigrafia polmonare perfusionale, nella quale vengono iniettati in vena degli aggregati di albumina di circa 10 micron; questi percorrono la cava, il cuore destro fino ad arrivare nei polmoni dove si incastrano formando dei trombi volontari che vengono riassorbiti poco dopo. Se non ci sono trombi questi aggregati formano una macchia nera dalla forma del polmone; se ci sono trombi la macchia nera si interrompe perché gli aggregati sono stati bloccati dal trombo.

Esistono molti interventi rivolti alla prevenzione dell’embolia polmonare; se questa deriva da stasi ematica basta il semplice utilizzo di calze antitrombotiche che aiutano il ritorno venoso. Esistono inoltre dei gambaletti pneumatici, rivolti soprattutto ai pazienti allettati. Un altro metodo molto utilizzato è l’eparina a basso peso molecolare.
Nei casi di recidiva, sono stati scoperti alcuni presidi che vengono inseriti dai chirurghi vascolari, come il filtro cavale che è una sorta di ombrellino che si inserisce nella femorale e arriva fino alla cava inferiore e serve a bloccare i trombi.

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