La spondilite anchilosante rappresenta una patologia di tipo reumatico progressivamente e notevolmente invalidante. Trattasi di una patologia infiammatoria cronica, che dunque persiste nel tempo.

Il target principale di questa patologia, come richiama l’etimologia stessa del termine ( spondylos = dal greco vertebra)è proprio la colonna vertebrale, ma nei casi più gravi non sono escluse altre strutture extravertebrali.

Per quanto concerne l’eziologia della patologia, sembra essere ancora non del tutto chiara. Alcuni affermano sia una patologia autoimmune in cui il principale protagonista nell’espressione della malattia sia il gene HLA-B27 che, codificando per determinati antigeni, porterebbe il sistema immunitario a reagire erroneamente contro il nostro organismo e, quindi, innescherebbe il sistema di flogosi a livello articolare. Altri affermano che pregresse infezioni, seppur debellate, abbiano indotto una reazione auto immunitaria. Infine ci sono studi rivolti ad una probabile eziologia legata all’immunità propria dell’uomo, quella innata. Sicuramente, la componente genetica è condizionata fortemente anche da fattori ambientali quali fumo, stile di vita e dieta, che possono influire positivamente o negativamente sul decorso della patologia.

Sul versante epidemiologico, è possibile apprezzare una prevalenza di casi di sesso maschile rispetto alla controparte femminile con un rapporto di 3 a 1. L’età di insorgenza, per quanto riguarda l’età infantile si aggira intorno ai 10 anni, per gli adulti la fascia compresa è quella che va dai 20 ai 30 anni. Esistono poi anche forme tardive che colpiscono intorno ai 50 60 anni. Generalmente la prognosi per le donne è migliore rispetto a quella degli uomini.

Da un punto di vista patogenetico, il processo infiammatorio, deriverebbe dall’infiltrazione di macrofagi e altre cellule del sistema immunitario a livello della cartilagine articolare. Il quadro sintomatologico iniziale si presenta assai simile ad una lombalgia, il comune mal di schiena e, per questo motivo, molte volte si ha una sottostima del reale problema a monte. Con il progredire della patologia, infatti, si ha dolore esteso a più punti della colonna vertebrale e nei casi più gravi blocco osseo con invalidità notevole, tale da impedire anche i movimenti più semplici. Ci potrebbe essere un coinvolgimento del rachide cervicale, tanto da costringere chi ne è colpito, ad avere il così detto sguardo laterale, per impossibilità di flessione e torsione del collo.

Per la diagnosi il percorso inizia con l’esame obiettivo, quindi una valutazione attenta del medico specialista sia della posizione del soggetto, sia nella valutazione dell’intensità del dolore. Si utilizzano specifiche manovre, atte a rilevare il grado di calcificazione, tumefazione e dolorabilità del paziente. Gli esami ematochimici segnaleranno un aumento della VES e della proteina C reattiva, chiari segni di un processo di flogosi in atto. A confermare o smentire la diagnosi , intervengono poi le tecniche di imaging, quali radiografia della colonna, tac e risonanza magnetica.

La terapia è essenzialmente volta alla gestione dei sintomi e del processo infiammatorio. Si utilizzano infatti farmaci antinfiammatori non steroidei o cortisonici. Nei casi più gravi possono essere prescritti farmaci antireumatici e anti-TNF-alfa. La terapia farmacologica va associata ad una riduzione dei fattori ambientali, quindi uno stile di vita sano, una dieta equilibrata con apporto di omega 3 che sembrano ridurre il processo di flogosi e ,infine, un percorso fisioterapico mirato, volto alla riabilitazione al movimento per il soggetto colpito da questa patologia.

-ToTo

 

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