Che domande… conosciamo tutti la nostra età! Eppure un certo Horvath direbbe il contrario!!
Non solo “siamo quello che mangiamo”, per citare Feuerbach, ma addirittura sembrerebbe che invecchiamo in base a quello che mangiamo.


Circa due anni fa il Steve Horvath, professore della David Geffen School of Medicine at the University of California-Los Angeles, propose una nuova teoria del rapporto alimentazione- età che ha modificato il modo di pensare al processo di invecchiamento.
Horvath teorizzò l’esistenza di un “orologio genomico” le cui lancette ticchettano alla velocità di ciò che mangiamo.

Il nostro orologio, scrive Horvath, “Ticchetta molto più velocemente quando nasciamo e cresciamo, dall’infanzia all’adolescenza, poi rallenta per raggiungere un ritmo costante dopo i 20 anni”.

Per contrastare l’invecchiamento” dichiara Horvath, “dobbiamo prima trovare un modo per misurarlo. Individuare un gruppo di biomarcatori che tengono il conto del tempo in tutto il corpo è stata una sfida durata quattro anni. Il mio scopo nell’inventare questo orologio è di aiutare gli scienziati a migliorare la loro conoscenza di cosa accelera e cosa rallenta il processo di invecchiamento umano”.

Ma in cosa consiste in pratica l’orologio messo a punto da Horvath? Il meccanismo di base è quello della metilazione del DNA. Raccogliendo informazioni da oltre 8.000 campioni di 51 tipi di tessuto umano sano e circa 6.000 campioni di tessuti con cancro, prelevati da tutto il corpo, Horvath ha tenuto traccia di come l’età influenza i livelli di metilazione del DNA da prima della nascita fino all’età di 101 anni. Per farlo ha individuato ben 353 marcatori che cambiano con l’età e che sono presenti in tutto il corpo.

anni
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Così Horvath ha calcolato l’età di organi e tessuti diversissimi tra loro, dal cervello al cuore, dal fegato alla cartilagine e poi ha confrontato l’età biologica risultante dal suo orologio epigenetico con quella cronologica della persona da cui erano stati prelevati i tessuti analizzati per vedere se combaciavano. Mentre in molti campioni le due età erano appaiate, in altri divergevano e in alcuni casi anche parecchio.
“Il tessuto di un seno sano è circa due o tre anni più vecchio rispetto al resto del corpo di una donna”, racconta l’autore. “Se la donna ha un tumore al seno, il tessuto sano in prossimità del tumore è più vecchio di circa 12 anni rispetto al resto del corpo”. Questi risultati potrebbero spiegare come mai il tumore al seno è quello più comune nella donna.

Dal momento che l’orologio di Horvath ha misurato che i tessuti con tumore sono in media 36 anni più vecchi di quelli sani, ecco forse spiegato anche perché l’età è uno dei principali fattori di rischio per molti tumori in entrambi i sessi.

Il team ha inoltre ossrvato il BMI degli individui da cui sono stati prelevati i campioni e hanno evidenziato che per ogni 10 unità aggiuntive di indice di massa corporea (BMI), l’età biologica del fegato aumenta di 3,3 anni.

età biologica
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L’aumento dell’età epigenetica dei tessuti in soggetti obesi supporta l’ipotesi che l’obesità è associata a effetti di invecchiamento accelerato e sottolineano ancora una volta l’importanza di mantenere un peso sano “.
Tale correlazione è spiegabile proprio alla base delle modificazioni epigenetiche indotte dall’alimentazione, in particolar modo in termini di metilazione delle basi azotate del DNA.
L’epigenetica è la branca della genetica che studia tutte le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica pur non alterando la sequenza del DNA .Si tratta, quindi, di fenomeni ereditari in cui il fenotipo è determinato non tanto dal genotipo ereditato in sé, quanto dalla sovrapposizione al genotipo stesso di “un’impronta” che ne influenza il comportamento funzionale. Tale impronta è riconosciuta in una serie di processi dinamici in grado di rispondere ai segnali estrinseci sia di natura ambientale (esposizione a xenobiotici e sostanze tossiche ) che sociale (abitudini alimentari, stili di vita), nonché a quelli intrinseci dell’organismo.
Così sin dalla vita prenatale, lo stile di vita e l’alimentazione della madre indurrebbero delle modifiche di tipo epigenetico sul genoma del nascituro ponendo le basi per lo sviluppo di patologie croniche dell’età adulta, basi che saranno consolidate o indebolite dalle abitudini dell’individuo che nascerà.

cibo
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Resta ancora da capire il potenziale di questa scoperta: saremo in grado di rallentare il nostro orologio genomico e vivere più a lungo? È possibile che l’elisir di lunga vita, tanto discusso e desiderato, sia proprio in ciò che mangiamo?

Con la collaborazione di Federica Mescolo, studentessa della scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo

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