Quante volte vi è capitato di osservare un paesaggio e vederci il profilo di una donna distesa? Quante volte avete osservato le nuvole cercando di dar loro una forma concreta? Analizziamo i meccanismi cerebrali coinvolti, al fine di comprendere perché succede.

La pareidolia è la tendenza, casuale e inconscia, a riconoscere volti con sembianze umane in oggetti inanimati. Esempi più lampanti di tale fenomeno sono:

  • vedere volti o persone che prendono vita dalle nuvole;
  • associare alle costellazioni un’immagine ben precisa;
  • riconoscere tratti umani in oggetti non animati quotidianamente usati;
  • trasformare rocce, montagne o colline in profili di uomo o donna.
Volto su Marte

Perché il cervello associa oggetti qualunque e li riconduce a un volto?

Non si tratta di un’illusione, ma della capacità del cervello di riconoscere visi, abilità che durante l’evoluzione non ha fatto altro che migliorare, in quanto correlata alla sopravvivenza. Il cervello infatti, ha imparato nel tempo a riconoscere un volto amico da uno nemico solo per istinto di sopravvivenza.

Tale capacità del cervello è la stessa che permette di distinguere un oggetto inanimato da uno animato. Tuttavia, se viene riconosciuto nell’oggetto inanimato un carattere distintivo del volto umano, tale oggetto verrà percepito con sembianze umane.

Il carattere distintivo del volto umano è la struttura a T formata da occhi, naso e bocca. Si tratta della struttura di partenza dalla quale parte il successivo riconoscimento facciale. Ed è proprio tale figura che inganna il cervello.

In una ricerca pubblicata su “Frontiers in Human Neuroscience”, è stato eseguito un esperimento per verificare quale area del cervello è coinvolta in tale processo. Ne è emerso che il riconoscimento di volti, ad esempio nei dipinti di Arcimboldi, come è possibile notare, scompare se la struttura a T è ruotata di 180°.

Infatti se il dipinto o l’oggetto in questione, che ha sembianze umane, viene ruotato, esso smetterà di apparire al cervello come un volto e si mostrerà invece per la sua reale essenza.

Infatti come nell’immagine a destra sembra di vedere il ritratto di un uomo, così in quella a sinistra, ruotata, non si vede altro che un cestino di ortaggi. Ciò accade semplicemente perché la T ruotata non è più riconoscibile come una T. Tuttavia nel caso di un volto umano vero, che se ruotato non smette di apparire come ciò che è, la T viene superata e grazie agli altri indizi che il vero volto comunica al cervello, esso capisce che si tratta di un volto ruotato.

Dipinti di Giuseppe Arcimboldo

Sono molti gli artisti che hanno sfruttato la pareidolia per i propri dipinti, Dalì e Arcimboldi sono solo due dei maestri di tale fenomeno.

Dipinti di Salvador Dalì

 Nel corso dell’esperimento, i ricercatori hanno analizzato l’attività cerebrale dei soggetti con l’elettroencefalogramma e con la tecnica di risonanza magnetica funzionale.

Mentre la risonanza magnetica funzionale ha un’elevata risoluzione spaziale e identifica le aree del cervello correlate all’elaborazione del volto, l’EEG ha un’alta risoluzione temporale e può essere utilizzato per esaminare la dinamica dei processi coinvolti.

Era già noto che il componente P1 (elaborazione visiva precoce), il componente N170 (rilevamento del volto) e il componente N250 (rilevamento personale) riflettono l’elaborazione neurale delle facce.

Dall’esperimento è risultato che tali componenti sono maggiormente attivi nel caso di volti umani capovolti verticalmente, in quanto il cervello deve attuare uno sforzo maggiore per riconoscerli, sono presenti mentre si osservano volti umani veri o oggetti con sembianze umane, mentre sono assenti se questi ultimi sono ruotati.

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