La medicina trova una propria storia fin dall’antichità. Dal passato derivano le più grandi scoperte come quella dei virus lenti, il cui studio deriva da tempi antichissimi.

Quando parliamo di neolitico, ci collochiamo storicamente circa a 12.000-10.000 anni fa ma, nonostante la collocazione storica, già all’epoca si poteva parlare di medicina, anche se in senso empirico, legata più che altro all’utilizzo di erbe e metodiche particolari, atte a voler risolvere un problema di salute.

Oggi per la cura del così detto “mal di testa”, utilizziamo farmaci antidolorifici o anche antiinfiammatori che agiscono chimicamente (interagendo con il nostro organismo), per risolvere il problema a monte.

Nel Neolitico l’uomo riteneva che la causa dell’emicrania fosse un demone che, una volta entrato nella testa dell’individuo, arrecasse dolore.

Bisognava dunque trovare un metodo per farlo uscire e all’epoca si agiva attraverso le trapanazioni craniche, attraverso l’utilizzo di un pezzo di selce molto affilato.

Si attestano due tipi di trapanazioni:

Trapanazione in vivo, nella quale veniva bucato il parietale. Ovviamente, in seguito alla penetrazione morivano quasi tutti i pazienti. Allora perché si continuava? Proprio in virtù di quei pochi sopravvissuti. Capitava infatti che si andava a bucare laddove fosse presente un’emorragia e, facendo fuoriuscire il sangue e se non colpivano infezioni, il paziente si salvava e sopravviveva. Questo può essere considerato il primo esempio di intervento di neurochirurgia nella storia.

cranic trapanation, London Museum

Il secondo tipo di trapanazione, ha però dei risvolti molto interessanti per la medicina moderna. Questa veniva eseguita sui cadaveri, ai quali veniva staccato il capo e praticato un buco a livello del forame occipitale, che veniva poi allargato con l’ausilio di un pugnale molto affilato. Ma perché veniva praticato questo foro? Per prelevare il cervello del defunto e mangiarlo in virtu’ di una pratica allora molto utilizzata, ossia il cannibalismo rituale.

Proprio grazie allo studio di questo rituale, Daniel Carleton Gajdusek, patologo statunitense, scoprì i virus lenti. Questi virus hanno un lungo periodo di incubazione e dunque hanno un decorso preclinico lento e lungo e sono oggi responsabili di alcune encefalopatie nell’uomo.

La patologia che studiò Gajdusek, fu la così detta malattia del “kuru”, che colpiva gli indigeni proprio in virtù del cannibalismo rituale. Questi infatti mangiavano i cervelli contaminati, soprattutto dei bambini in età prepuberale, che contaminati dai virus lenti erano la prima fonte di contagio.

Daniel Carleton Gajdusek

Gajdusek si accorse infatti che i sintomi comparivano all’ età di 30 anni, ritenuta senile all’epoca, portando tremori e paralisi agli arti inferiori.

Fu proprio con questa scoperta, grazie alla quale Gajdusek ricevette il premio nobel nel 1976, che oggi possiamo apprezzare in ambito microbiologico lo studio di numerosi virus a decorso lento e progressivo responsabili di patologie serie a carico del nostro sistema nervoso e non solo, infatti, alla categoria dei cosiddetti virus lenti, appartiene anche il virus dell’immunodeficienza umana ossia l’HIV, responsabile del lento e progressivo calo delle difese immunitarie e caratterizzato da un lunghissimo periodo di incubazione (parliamo di anni), che porta ad una manifestazione sintomatica tardiva rispetto al periodo di contagio(approfondimento sui lentivirus qui).

Oggi lo studio dei Lentivirus trova una grande importanza in microbiologia clinica nonché in medicina. Si cerca infatti costantemente di cercare una cura farmacologica nei confronti di questi microrganismi che vivono “nascosti” nel nostro organismo e soltanto dopo un periodo più o meno lungo manifestano la propria patogenicità.

-ToTo-

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