L’ipocondria è un disturbo psichico che si manifesta con una preoccupazione eccessiva per la propria salute, un timore esasperato ed intenso nei confronti delle malattie e della morte. Il paziente ipocondriaco interpreta in maniera sistematicamente alterata le informazioni provenienti dal corpo, nonostante le rassicurazioni ricevute dai medici e malgrado sia dotato dei requisiti intellettivi adeguati per poter comprendere le informazioni fornite dagli specialisti che consulta.

Il termine risale alla medicina ippocratica, che definì questa patologia come “il male degli ipocondri”, le porzioni dell’addome retrostanti le ultime coste e sottostanti la parte laterale del diaframma, sostanzialmente le aree occupate da fegato a destra e milza a sinistra. Secondo Ippocrate l’ipocondria era un disturbo dello stomaco e della mente che causava disordini della digestione, alterazioni umorali e paura della morte. Gli antichi Greci credevano che nell’addome risiedesse il centro di controllo dei sentimenti e delle passioni: da qui il legame fra emotività ed attività digestive.

L’ipocondria riguarda una percentuale di persone compresa fra l’1,3 e il 10%, senza distinzione fra maschi e femmine.
Normalmente l’insorgenza della malattia avviene nel giovane adulto e permane fino alla mezza età. Sigmund Freud la descrisse come una polarizzazione dell’Io sull’organo erroneamente ritenuto malato.

Le manifestazioni dell’ipocondria

Le manifestazioni riconducibili all’ipocondria sono essenzialmente:
• la preoccupazione, che perdura da almeno sei mesi, di avere o contrarre una malattia grave;
• l’attenzione persistente e continua riguardo la propria salute, che si traduce in frequenti quanto clinicamente inutili controlli e consulti medici; in casi particolari di ipocondria, il paziente è, al contrario, ma per le stesse ragioni di fondo, spinto ad evitare i controlli, nel timore di ricevere una diagnosi infausta;
• l’evitamento di tutte le circostanze che potrebbero nuocere al benessere, in generale, ed alle patologie su cui si concentra l’ossessione del paziente, in particolare.
Perché sia posta la diagnosi di ipocondria, è necessario che i sintomi riferiti dal paziente siano correlati ad una manifestazione fisica inesistente o di lieve entità: in caso contrario, non si tratterebbe di ipocondria, ma di preoccupazione eccessiva e sproporzionata di un dato reale (disturbo d’ansia da malattia).

La diagnosi differenziale deve essere posta anche nei confronti del disturbo d’ansia da sintomi somatici, caratterizzato da sintomi fisici reali e ben individuabili.
Più nette le discrepanze con altre patologie della sfera psichica, come il disturbo da attacchi di panico e l’ansia generalizzata, le cui manifestazioni non sono necessariamente focalizzate intorno alla salute.

Il paziente sviluppa interesse specifico nei confronti delle malattie, se ne interessa, le studia. Tuttavia il suo non è un approccio scientifico, ma un tentativo di trovare conferma ai propri sospetti, al di là del valore delle fonti cui attinge e delle proprie reali competenze nell’interpretazione di ciò che legge. L’ipocondria spinge il paziente ad autoprescriversi esami ed accertamenti, terapie farmacologiche e di integrazione, nella convinzione che i medici abbiano sottovalutato la sua sintomatologia, che abbiano trascurato di analizzare tutti i dati clinici a loro riferiti e che dunque siano giunti a conclusioni diagnostiche superficiali.

 

Classificazione dell’ipocondria

Si riconoscono tre tipologie di ipocondria:
• Ipocondria classica: il paziente passa da un sintomo all’altro e da una malattia all’altra, ad esempio diverse tipologie di tumore o di malattie neurodegenerative
• Patofobia: il terrore del paziente nei confronti delle malattie si sviluppa attorno ad un focus ben identificabile, ad esempio l’ossessione per le patologie cardiovascolari, che comporta la paura di essere vittime di ictaus, infarto, embolia
• Ossessione per alcuni sintomi e fastidi: porta alla somatizzazione in apparati specifici, ad esempio il digerente, attraverso manifestazioni effettive quali diarrea, dolori addominali persistenti, dispepsia (difficoltà nella digestione).

Cause dell’ipocondria

Notevoli appaiono essere i legami fra lo sviluppo dell’ipocondria e un’educazione familiare che predispone alla paura delle malattie. Nel rapporto del paziente ipocondriaco con i propri genitori, è quasi sempre possibile riscontrare una componente di apprensione eccessiva: tipico è il caso della mamma ansiosa che copre eccessivamente il proprio piccolo per scongiurare il rischio di raffreddore e influenza, che gli somministra antipiretici ai primi decimi di grado di alterazione della temperatura corporea, del papà che lo iperprotegge dalle comuni esperienze di vita, seppure commisurate alla sua età e al suo livello di maturazione.

Un fattore caratteristico e comune nei pazienti ipocondriaci è la sfiducia nelle proprie risorse, anch’essa verosimilmente derivante dalla mancata esperienza diretta: il bambino costretto a rinunciare a sperimentare il proprio corpo e le sue possibilità dalle restrizioni genitoriali o a causa di una malattia importante sopraggiunta nell’infanzia, tende a perdere fiducia in sé e a ritenersi vulnerabile.
La diffusione di internet ed il suo utilizzo improprio non facilitano la gestione dell’ipocondria: il paziente che naviga in rete alla ricerca di una causa a cui ricondurre la propria costellazione di sintomi, intercetta con facilità miriadi di risposte (la maggior parte delle quali inesatte) ai dubbi che lo attanagliano. Il ricorso inconsapevole e indiscriminato a “dottor Google” è alla base della “cybercondria”.

La terapia dell’ipocondria

La terapia dell’ipocondria è integrata fra una dimensione farmacologica ed una psicoterapeutica.

Non esistono a tutt’oggi medicinali per la cura dell’ipocondria: la terapia farmacologica modifica i sintomi (purtroppo non le cause), supportando la psicoterapia. Il trattamento di maggiore successo è la psicoterapia cognitivo-comportamentale, sostituibile da un intervento psicoeducativo nei pazienti riluttanti a sottoporsi alla psicoterapia.

Quest’ultima si pone gli obiettivi di convincere il paziente:
• che non è malato
• che la sua fragilità è solo apparente e che può sopravvivere (e vivere) in maniera dignitosa anche facendo a meno delle attenzioni che erroneamente giudica indispensabili
• che è in grado di occuparsi di se stesso ed interpretare correttamente i segnali del proprio corpo senza assurde suggestioni.

 

Paradossalmente, tutti i tentativi di rassicurazione messi in atto, a diversi livelli, da amici e parenti e dai medici consultati nel tentativo di dimostrare ad essi lo stato di malattia, raggiungono l’unico risultato di rafforzare la convinzione di malattia del paziente. La socializzazione delle preoccupazioni non rappresenta per l’ipocondriaco un supporto alla terapia, perché, di fatto, attribuisce maggiore valore ai suoi convincimenti errati. Rassicurazione chiama rassicurazione: il paziente che cerca (con successo) appoggi esterni, avverte solo nell’immediato una sensazione di sollievo. Successivamente, sarà infatti assalito da uno sconforto ancora maggiore, per il rafforzamento della convinzione di essere cagionevole.

Conseguentemente, la vera sfida della terapia psicanalitica dell’ipocondria si basa sull’interruzione di questa spirale viziosa, attraverso una presa di coscienza dei meccanismi mentali sottesi al disturbo.Al paziente viene spiegata la motivazione nascosta che scatena i suoi comportamenti, perché possa sviluppare una consapevolezza superiore riguardo ciò che succede realmente nel suo corpo. Il fine è quello di smascherare le pressioni inviate dalla mente, invitando il paziente a vederle per ciò che sono, ossia richieste di rassicurazione, e non come segnali di allerta del corpo nei confronti di manifestazioni ritenute pericolose per la salute.

In Scienza e Coscienza.

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