IMA, acronimo di Infarto Acuto del Miocardio, indica la necrosi dei miociti (cellule muscolari del cuore) provocata dall’ischemia prolungata, che segue l’inadeguata perfusione del miocardio da parte delle coronarie. L’infarto è denominato STEMI (ST elevation myocardial infarction) se l’ostruzione coronarica conduce all’arresto totale del flusso sanguigno nel territorio irrorato dall’arteria interessata, provocando nell’ECG un sopra livellamento del tratto ST. Se invece l’occlusione della coronaria è parziale o transitoria, come evidenziato dalla presenza di sotto livellamento del tratto ST all’esame elettrocardiografico, l’evento è definito NSTEMI (Non-ST elevation myocardial infarction).

Le malattie cardiovascolari; rappresentano la principale causa di morte in Europa, con oltre 4,3 milioni di morti nel 2005. Oltre il 40% di queste sono premature, si verificano prima dei 75 anni (1,8 milioni) e il 54% colpisce il genere femminile. Le forme più comuni di malattia cardiovascolare sono la cardiopatia ischemica e l’ictus, che costituiscono rispettivamente il 22% (1,9 milioni) e il 14% (1,2 milioni) del totale dei decessi. La cardiopatia ischemica è responsabile del 20% di tutte le morti al di sotto dei 75 anni. L’età aumenta la possibilità di infarto, come anche il sesso maschile: sino a 60 anni i maschi vengono colpiti dall’infarto da 2 a 4 volte più delle donne. In realtà l’infarto del miocardio acuto, nella donna presenta delle differenze eziopatogenetiche, anatomiche e di rischio genere-specifici rispetto a quello maschile, almeno in fase pre-menopausale. Tale situazione si modifica quando la donna è già in menopausa e il rapporto maschi/femmine supera di poco l’unità.

Le cause che portano all’IMA sono:

•Trombosi e Aterosclerosi: Nella maggior parte dei casi, l’infarto miocardico è dovuto alla trombosi di un grosso ramo coronarico, secondaria ad un processo aterosclerotico. L’aterosclerosi è una condizione morbosa progressiva, caratterizzata dalla lenta formazione di placche (ateromi) nelle arterie. Tali placche, costituite principalmente da lipidi e globuli bianchi, possono rompersi dando origine ad un coagulo, che aumenta improvvisamente il volume dell’ateroma e limita l’apporto sanguigno (trombo occludente). Se questo fenomeno interessa una coronaria, l’insufficiente flusso ematico riduce drasticamente l’apporto di ossigeno e nutrienti alle cellule miocardiche, che muoiono nel giro di poche ore e vengono rimpiazzate da tessuto cicatriziale non contrattile. Il danno risulta pertanto irreversibile.
•Embolia: Alcune volte, anche se più raramente, può succedere che un frammento, staccatosi da una placca aterosclerotica, spinto dal flusso ematico, finisca con l’occludere un ramo coronarico; si parla in questi casi di embolia, che può essere causata anche da endocarditi batteriche.
•Spasmo Coronarico: Un’ altra causa minore di infarto, relativamente comune tra i cocainomani, è data dal violento spasmo (contrazione) di un’arteria coronarica che interrompe il flusso di sangue ad una parte del cuore. Trombosi e spasmo possono, peraltro, coesistere e influenzarsi a vicenda.

Quasi tutti gli infarti colpiscono il ventricolo sinistro e possono essere distinti in due differenti tipi, chiamati rispettivamente:
•Infarto miocardico transmurale: la necrosi ischemica interessa l’intero spessore della parete ventricolare;
•Infarto sub- endocardico: la necrosi ischemica interessa gli strati più interni della parete ventricolare.

I fattori di rischio per l’infarto acuto del miocardio sono distinguibili in:
•Fattori di rischio non modificabili: sesso, età, predisposizione genetica.
•Fattori di rischio modificabili: dislipidemia, ipertensione arteriosa sistemica, diabete mellito, sindrome metabolica, obesità, tabagismo e stress (mentale, fisico e traumatico)

L’infarto, nei soggetti con un età inferiore a 30 anni, chiamato infarto giovanile, può essere causato da patologie spesso, ma non sempre, a trasmissione genetiche, quali: dislipidemia familiare, cardiomiopatia ipertrofica, sindrome degli anticorpi anti- fosfolipidi, ipotiroidismo, vasculiti.

La diagnosi si avvale sia dell’esame clinico che di quello strumentale. L’esame clinico viene effettuato sia attraverso l’anamnesi, che permette di rilevare la familiarità verso questa patologia, sia attraverso la rilevazione di segni e sintomi. il sintomo principale è il dolore, tipicamente localizzato nella regione retro- sternale. Di solito, tende a irradiarsi tipicamente verso la spalla e all’arto superiore sinistro, benché sia possibile l’irradiazione cervicale o alla scapola sinistra. Nel caso di infarto miocardico di tipo inferiore (o «diaframmatico») il dolore insorge all’epigastrio e può essere confuso con un dolore all’addome o allo stomaco. Queste sono le sedi più tipiche di irradiazione del dolore toracico di origine cardiaca, ma ve ne sono molte altre, meno frequenti, come l’irradiazione alla mandibola, ai gomiti e ai polsi. Il dolore è in genere molto forte, di tipo costrittivo o urente, mai trafittivo o puntorio, sovente accompagnato da sudorazione algida e a un senso imminente di morte. Sintomi minori, ma quasi sempre presenti sono: profonda astenia, nausea e talora vomito. Differentemente dall’angina stabile, che dura al massimo 10-15 minuti, il dolore provocato dall’infarto miocardico dura più di 30-40 minuti e non è alleviato né dal riposo, né dall’assunzione di farmaci. Spesso si riscontrano anche ipertensione e tachicardia in corso di infarto anteriore o laterale e un’ipotensione associata a bradicardia in quelli inferiori, per l’influenza dell’innervazione vagale della parete diaframmatica. All’auscultazione del cuore, può essere presente un soffio meso- telesistolico, che può identificare un’insufficienza mitralica acuta dovuta a ischemia o necrosi dei muscoli papillari. Sfregamenti pericardici possono essere presenti nei giorni seguenti, in caso di necrosi subepicardica estesa e conseguente pericardite epistenocardica. L’esame strumentale, invece, prevede:

•Esami ematochimici: permettono di rilevare l’elevazione dei marcatori cardiaci che si innalzano a causa del danno cardiaco. Questi enzimi sono la troponina, che si alza dopo 3-6h dal danno, il CK-MB, che si alza dopo 6h, e le transaminasi (GOT- LDH), che si alzano dopo 8-12h.
•Elettrocardiogramma: permette di rilevare le alterazioni del tratto ST.
•Ecocardiogramma: È l’esame più utilizzato insieme all’elettrocardiogramma nella diagnosi differenziale del dolore toracico acuto: eventuali modifiche nella cinetica delle pareti dei ventricoli cardiaci sono la conferma della presenza di problemi ischemici nelle aree in cui il movimento è alterato.
•Coronarografia: permette di vedere la/e coronaria/e interessata/e e l’ostruzione. Inoltre permette anche di intervenire per liberare la/e coronaria/e interessata/e (vedi foto)

Circa il 50% dei pazienti colpiti da infarto muore prima di arrivare in ospedale: la percentuale si riduce al 10-15% nell’insieme dei pazienti che giungono in un reparto di emergenza. Per questo è importante effettuare diagnosi nel più breve tempo possibile. Ciò perette di iniziare un trattamento immediato, che permette al paziente di avere qualche possibilità di sopravvivenza.
Il trattamento è sia farmacologico che interventistico. La terapia farmacologica permette di alleviare i sintomi e migliorare la condizione del paziente, e viene effettuata con morfina, nitrati, fibrinolitici, ACE-inibitori, β- bloccanti, statine e diuretici. Il trattamento interventistico, che si realizza attraverso angioplastica o by-pass, permette di liberare le coronarie, riducendo così il danno e la mortalità, migliorando lo stato generale del pz.

L’IMA è un evento imprevedibile e, a volte, casuale. Per questo la prevenzione può risultare fattizia ma, allo stesso tempo, vitale per ridurre le probabilità d’insorgenza. La prevenzione viene effettuata, come in molte patologie, attraverso la modificazione dello stile di vita:

•Ridurre il proprio peso corporeo: fino al raggiungimento di un valore nella norma per età e sesso. La valutazione del peso corporeo viene fatta non solo in assoluto ma soprattutto come indice di massa corporea o BMI, unità di volume nella quale si tiene conto di peso e altezza, i cui valori normali sono stati condivisi dalla comunità scientifica internazionale.
•Smettere di fumare: facendosi aiutare anche da centri specializzati ad assistere pazienti che non sono in grado di sostenere questa decisione da soli.
•Praticare attività fisica regolarmente: con intensità variabile a seconda di età e condizioni generali di salute. È a questo proposito importante discutere con il proprio medico in merito ad un programma di allenamento adatto alle proprie caratteristiche.
•Evitare cibi grassi: eccessivamente conditi o fritti. Non eccedere con alcool (un bicchiere di vino al pasto al giorno) e dolci. Privilegiare i grassi vegetali e i pasti a base di verdure, fibre, carni magre e pesce.
•Limitare lo stress.

-Giovanni De Lauro. 

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