Era il 22 febbraio 1986 quando la prestigiosa rivista inglese “The Lancet” pubblicava i risultati di un importante studio del GISSI “GRUPPO ITALIANO PER LO STUDIO DELLA STREPTOCHINASI NELL’INFARTO MIOCARDICO” sul ruolo della Streptochinasi (SK) nel trattamento dell’infarto acuto del miocardio. L’impiego della SK, enzima prodotto da alcuni batteri ed in particolare da “Streptococcus Pyogenes”, riduceva di circa il 18% la mortalità dei pazienti colpiti da infarto se trattati entro le prime ore dall’insorgenza dei primi sintomi. Da quella importante data, motivo d’orgoglio per la ricerca italiana in campo cardiologico, sono stati fatti molti passi avanti e la cura dell’infarto oggi si avvale dell’impiego di nuovi farmaci e di innovative tecniche chirurgiche all’avanguardia.
Cos’è il GISSI?

  • Gli studi del GISSI hanno ottenuto nei vent’anni dal loro inizio numerosi riconoscimenti nel mondo della cardiologia internazionale e sono considerati un punto di riferimento metodologico; nato dalla collaborazione tra l’Istituto Mario Negri e l’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), è oggi considerato uno dei più qualificati teams di ricerca nel mondo in campo cardiovascolare. Come preannunciato i ricercatori del GISSI hanno prodotto una serie di studi clinici di grandi dimensioni che hanno coinvolto più di 60.000 pazienti colpiti da infarto miocardico e più in particolare:
  • Il GISSI 1 ha dimostrato la possibilità di ridurre la mortalità da infarto con l’impiego della trombolisi mediante l’impiego di SK.
  • Il GISSI 2 e il GISSI 3 hanno prodotto importanti informazioni sulle altre terapie da affiancare alla trombolisi.
  • Il GISSI 3 ha dimostrato che l’utilizzo precoce di ACE-inibitori dopo infarto, può migliorare ulteriormente la sopravvivenza

Qual è la definizione e la causa dell’infarto miocardico acuto (IMA)?

infarto-arresto-cardiacoPatologia cardiaca dovuta ad un ridotto o mancato afflusso di sangue ed ossigeno (ischemia) ad una determinata regione del cuore e per tutto il suo spessore. Il meccanismo più frequente responsabile di ischemia prolungata con conseguente necrosi miocardica (morte delle cellule cardiache) è rappresentato da un’occlusione persistente del lume di un vaso coronarico (le coronarie sono le arterie che irrorano il cuore) a seguito della formazione di trombi (tappi di lipidi e fibrina) che ostacolano il flusso di sangue a valle fino a impedirlo.

 

Segni e sintomi clinici caratteristici di infarto:

sintomas-de-un-infarto

Dolore toracico intenso e bruciante di durata superiore a 20-30 minuti (sensazione di pugnalata al cuore), sudorazione elevata, astenia (mancanza di forze), nausea e vomito; in questo caso è altamente consigliato correre subito al pronto soccorso più vicino così da avviare la terapia medica più adeguata a limitare l’estensione del danno miocardico.

 

Come è possibile per il clinico fare diagnosi di infarto IMA?

  • Dolore toracico tipico riferito dal paziente;
  • Alterazione del tracciato ECG;
  • Valutazione diagnostica degli enzimi miocardio-specifici.

Se dovessero essere presenti tutti e tre contemporaneamente questi criteri di valutazione la diagnosi di IMA è chiara e occorre avviare subito un protocollo terapeutico adeguato per salvare la parte di cuore non ancora sottoposta ad ischemia per scongiurare ben più gravi danni funzionali per la nostra instancabile pompa cardiaca.

Quali le “terapie d’urto” per l’infarto?

  • Occorre intervenire in fretta per consentire nuovamente la perfusione (flusso di sangue) dell’organo colpito da ischemia, limitare l’estensione dell’area infartuata e ridurre il danno funzionale conseguente alla morte di cellule cardiache; il primo obiettivo terapeutico è quindi cercare di disostruire l’arteria occlusa dal trombo ed avviare la riperfusione coronarica.
  • A partire dalle brillanti intuizioni del GISSI e dai risultati ottenuti su circa 11806 pazienti, la somministrazione per infusione della streptochinasi rappresenta i trattamento standard nella comune pratica clinica, insieme ad altri farmaci fibrinolitici (capaci di dissolvere il coagulo di fibrina costituente il trombo) in grado di limitare l’estensione dell’area di necrosi e di ridurre del 20% la mortalità

Emodinamica_clip_image006

La valutazione della terapia fibrinolitica viene effettuata mediante un esame dello stato di pervietà delle coronarie, la coronarografia, tesa a valutare la localizzazione esatta dell’occlusione; si procede posizionando un catetere all’origine dell’arteria prescelta, femorale o radiale (polso), ed effettuando un’anestesia locale nel punto di entrata del catetere. La sede di introduzione più comune è quella femorale, perché è grande e il catetere può passare attraverso un sistema di dilatazione, senza bisogno di isolare l’arteria e quindi di tagliare la cute. Si risale poi fino al cuore e si posiziona il catetere all’imbocco della coronaria, si inietta nel catetere il mezzo di contrasto, così da opacizzare completamente il decorso dell’arteria stessa e permettere la visualizzazione delle eventuali ostruzioni. La visualizzazione della procedura viene seguita su uno schermo per valutare l’eventuale approccio chirurgico meccanico qualora la sola terapia medica non dovesse riuscire a dissolvere il tappo trombotico.

stent
Applicazione dello stent durante l’angioplastica

A questo proposito l’angioplastica primaria, nei casi in cui possa essere effettuata in tempi rapidi, costituisce oggi il trattamento di scelta per la ricanalizzazione dell’arteria occlusa responsabile dell’infarto. L’intervento viene effettuato in sala di emodinamica da mani esperte e consiste nella dilatazione del tratto di arteria colpita da ostruzione mediante l’utilizzo di un catetere provvisto di palloncino che, gonfiandosi, dilata il tratto considerato e la successiva introduzione di uno stent di natura metallica assicura il mantenimento della pervietà del vaso.

In associazione alla terapia fibrinolitica e all’approccio chirurgico, laddove siano presenti delle Unità di Terapia intensiva Coronarica (UTIC) con sala di emodinamica, è prevista per il management del paziente post-infartuato:

  • Terapia anti-piastrinica e anticoagulante;
  • Somministrazione di Β-bloccanti;
  • ACE-inibitori, sartani e antagonisti dell’aldosterone;
  • Statine;
  • Nitrati e calcio-antagonisti

Le linee guida prevedono rivascolarizzazione miocardica (per via percutanea o mediante by-pass aorto-coronarici) per i pazienti non sottoposti ad angioplastica primaria.

Che cosa si può fare per prevenire gli eventi ischemici acuti (infarto)?

  • Controllare i fattori di rischio coronarico (fumo di sigaretta, livelli di colesterolo nel sangue, controllare l’efficacia delle terapie anti-ipertensive e anti-diabetiche);
  • Adottare uno stile di vita sano che prediligga il movimento e l’attività fisica;
  • Impiego controllato di farmaci antiaggreganti piastrinici, ACE-inibitori e Β-bloccanti su prescrizione del cardiologo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Comment moderation is enabled. Your comment may take some time to appear.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.