Il cervello umano nella fase fetale è capace di apprendimento uditivo, con interessanti ripercussioni sulla possibilità di prevenire o curare deficit di acquisizione del linguaggio.

I suoni percepiti dal feto nell’utero possono influenzare lo sviluppo del cervello e di conseguenza lo sviluppo delle capacità linguistiche dopo la nascita. I feti umani sono in grado di percepire i suoni esterni già a partire dalla ventisettesima settimana di gestazione, innescando una riorganizzazione della corteccia uditiva fetale e lo sviluppo del sistema nervoso.

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Se in utero si formano già tracce mnestiche neurali per i singoli suoni, ciò si dovrebbe riflettere dopo la nascita in alcune variazioni nell’attività elettrica del cervello e in particolare nell’emergere di un incremento nella risposta mismatch ai cambiamenti di suono. Infatti una particolare variazione si presenta, nei tracciati elettroencefalografici, quando viene percepito uno stimolo “deviante” all’interno di una sequenza standard ripetuta. Essa è considerata  una manifestazione di un “sistema automatico di rilevazione” del cervello di qualunque variazione intervenga in un contenuto noto. Recentemente, sono stati effettuati degli studi su donne a partire dalla ventinovesima settimana di gestazione fino alla nascita. Metà delle madri hanno ascoltato diverse volte alla settimana brevi registrazioni della parola “tatata”, ripetuta centinaia di volte, occasionalmente modificata nella vocale della sillaba centrale  in “tatota” oppure pronunciata con un accento diverso. Dopo la nascita dei bambini, sono state analizzate le risposte neurali mentre udivano le stesse parole e altre variazioni poco familiari, confrontando quelle dei bambini esposti alle parole in utero con quelle dei bambini non esposti.

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L’analisi dei tracciati, ha dimostrato che i piccoli esposti in utero alle parole ne avevano un ricordo anche dopo la nascita. I risultati dimostrano che, il cervello umano nella fase fetale è capace di apprendimento uditivo e subisce cambiamenti strutturali che danno come risultato tracce mnestiche neurali che possono influenzare l’acquisizione del linguaggio durante l’infanzia. In particolare, queste importanti scoperte potrebbero aiutare a elaborare nuovi approcci terapeutici e di prevenzione dei deficit di linguaggio, compensando almeno in parte disturbi con una componente genetica come la dislessia.