Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato loro essere altro.” 

Era il 1865 quando Lewis Carrol diede alla luce uno dei romanzi più famosi della letteratura, ancora oggi letto e visto, sotto forma di cartone, da bambini e adulti di tutte le età: Alice nel paese delle meraviglie.

Ricorderete sicuramente tutti la fantastica storia di Alice, la dolce bambina dall’abitino azzurro che mossa dalla sua immensa  immaginazione venne catapultata in un mondo fantastico dove ogni cosa che la circondava aveva un aspetto ben lontano dalla realtà. Ma quello che molti non sanno è che in medicina esiste una rara e particolare sindrome chiamata proprio ALICE IN WONDERLAND SYNDROM.

Questa particolare patologia venne scoperta nel 1995 dallo psichiatra britannico John Todd, il quale, attraverso questo nome,  indicó una serie di sintomi, normalmente associati a episodi di emicrania o di epilessia, i quali scatenavano nell’individuo distorsioni nella percezione di se stessi o dell’ ambiente che li circondava.

L’alterazione, in realtà,  di queste percezioni si proietta anche verso le proprie parti del corpo o degli oggetti esterni che vengono percepiti come più grandi o più piccoli rispetto alle loro normali dimensioni. L’idea del nome, scelto dalla psichiatra, scaturì proprio dalla famosa scena in cui Alice trovò delle bottiglie e dei biscotti che erano in grado di ingrandirla o rimpicciolirla a suo piacimento.

Parlando in termini clinici i sintomi principali di questa strana sindrome vengono definiti METAMORFOPSIE, perché legati al campo visivo del soggetto. Queste comportano una  serie di distorsioni visive, disturbi che prevedono la percezione alterata o distorta delle immagini.

Più rari, ma comunque presenti, sono i sintomi di tipo SOMESTESICO o non visivo, cioè la derealizzazione dell’ individuo, ovvero l’esperienza di percepire il mondo come se non fosse reale, o l’esatto opposto, cioè l’esperienza di credere se stessi come irreali.

La durata di tali disturbi è solitamente breve ma ripetuta nel tempo e varia da poche ore fino ad alcuni giorni e sembra che la causa principale sia dovuta a delle alterazioni strutturali e funzionali del sistema percettivo di questi pazienti.

Nel 2010 un equipè medica condusse uno studio comportamentale su un bambino di dodici anni i cui sintomi erano sorti in concomitanza con         un’ infezione da streptococco, manifestatasi con un episodio di iperemia.

I medici sottoposero il bambino ad una  risonanza magnetica funzionale, in pratica durante un episodio di micropsia, condizione neurologica dove la percezione degli oggetti è inferiore rispetto alla loro forma originale, avviene un costante monitoraggio, tramite esami strumentali, che permettono di osservare in tempo reale quello che sta succedendo nel cervello del paziente.

Durante questi  esami vennero mostrati al bambino degli oggetti che egli affermava  di percepire come se fossero lontanissime da lui oppure riportava di vedere gli oggetti come se fossero rimpiccioliti, nonostante si trovassero alla distanza giusta rispetto alla sua posizione.

I risultati della risonanza magnetica dimostrarono che nel cervello del bambino le aree cerebrali prevalentemente stimolate non erano quelle occipitali, come normalmente avviene se si è sottoposti a degli stimoli visivi, ma erano le regioni parietali.

La corteccia occipitale del bambino  mostrava infatti un’importante ipoattivazione, proprio a dimostrazione del fatto che la sindrome di AIWS è caratterizzata da un’ alterazione funzionale del sistema percettivo e,  in particolar modo quello visivo.

 

Ancora oggi purtroppo non si sa quali siano i fattori scatenanti e questa sindrome rimane una patologia poco nota che, tende a essere sottodiagnosticata a causa delle poche informazioni basti pensare che dal 1955 ad oggi, sono stati descritti in letteratura soltanto 169 casi. Di conseguenza una mancata e accurata conoscenza della sindrome  porta anche ad una mancata terapia in grado di risolvere o perlomeno alleviarne la sintomatologia.

È però scontato dire che quella che per molti è solo una bellissima storia da leggere per altri è un incubo reale in cui vivere.

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